Questo portale non gestisce cookie di profilazione, ma utilizza cookie tecnici per autenticazioni, navigazione ed altre funzioni. Navigando, si accetta di ricevere cookie sul proprio dispositivo. Visualizza l'informativa estesa.
Hai negato l'utilizzo di cookie. Questa decisione può essere revocata.
Hai accettato l'utilizzo dei cookie sul tuo dispositivo. Questa decisione può essere revocata.
×

Attenzione

Errore nel caricamento del componente: com_zoocart, Componente non trovato

Cenni storici

Il territorio e le origini

Liberamente tratto da "Corsano. Dal passato al presente" di Mario DE MARCO, Capone Editore, 1983

Il territorio e le origini

Ingresso del trappeto

Corsano, ridente paese della penisola salentina, si colloca a 60 km a Sud del Capoluogo di Provincia e a 12 km dall'estremo lembo d'Italia, Santa Maria di Leuca.
Il paese è situato su di un'altura rocciosa a 125 m dal livello del mare e solo l'operatività e la tenacia degli abitanti, la maggior parte dedita all'agricoltura, ha fatto sì che da queste brulle terre, con poderose opere di dissodamento, si potessero ottenere coltivazioni di uva, olio e tabacco.
Curiosamente gli abitanti di Corsano, ben 5860 anime, sono denominati "carcagni tosti" (calcagni induriti), denominazione associata sia all'economia del paese che, in passato molto povera, costringeva i corsanesi a spostarsi nei comuni vicini a piedi per cercare lavoro, sia perché i corsanesi erano abituati a camminare a piedi nudi sugli ispidi scogli della costa durante le scorribande provocate per via del contrabbando del sale, una delle poche fonti di sostentamento per la povera comunità nei primi anni del '900.
Il sito di Corsano fu abitato sin da epoche antiche; la presenza romana è testimoniata dal ritrovamento di monete e di tombe presso la zona soprannominata "Pesco". Per alcuni il paese sarebbe stato fondato dal centurione Curzio che ottenne queste terre come ricompensa per le sue vittoriose campagne di guerra.
L'origine di Corsano risale probabilmente al X secolo d.C. all'epoca della colonizzazione bizantina, quando giunsero nel Salento, dall'Impero Romano d'Oriente, calogeri, soldati ed interi nuclei familiari che occuparono queste terre spopolate dalle incessanti guerre, da pestilenze e da carestie.
Qui i monaci, che esercitavano il culto delle immagini sacre, trovarono rifugio nelle grotte naturali e nelle cripte ipogee da loro costruite per sfuggire alle persecuzioni degli sgherri degli imperatori iconoclasti. Terminato il pericolo, cominciarono ad edificare chiese e conventi che contribuirono alla nascita di casali intorno a masserie, "Grancie", centri operosi che inizialmente svilupparono un'economia curtense e, poi, svilupparono la produzione e i traffici con l'organizzazione di fiere e mercati. Il ritrovamento di cripte di origine bizantine e ipogei basiliani, avvalora la tesi che il paese è di origine bizantina.
A sostegno della tesi dell'origine bizantina del paese subentrano, però, alcuni ritrovamenti di monete dell'Impero Romano d'Oriente e l'esistenza del rito greco fino al XIV secolo. Il paese ha poi per protettori due santi orientali, S. Biagio e S. Sofia.
Secondo alcuni, l'origine di Corsano è da attribuire agli abitanti dei casali di Macorano e di Vagliano, distrutti nel X secolo dalla scorrerie dei Saraceni: questi avrebbero fondato Corsano, luogo più sicuro dove abitare perché situato in una vallata circondata da altipiani e nascosta dal mare.

Il medioevo

Chiesa di Santa Sofia

Nel 1190 il re normanno Tancredi donò Corsano a Fabiano Securo; Corsano faceva parte della Contea di Alessano nel Principato di Taranto (1088-1463). Il luogo doveva essere abitato da un buon nucleo di contadini e pastori, sufficienti a rappresentare un casale. Questo si evince dal fatto che Corsano è menzionato tra i comuni tassati e agli esattori non poteva sfuggire un luogo popoloso e produttivo. Fabiano Securo munì il paese di mura e di un castello.
Nel XII sec. Passò ad un tal Guglielmo da Corsano e da questi, nel secolo successivo, a Landolfo di Luca d'Aquino. Alla fine del XIV secolo appartenne a Lucrezia Bellante, ai De Frisis nel 1514, ai De Capua, ai Filomarino nel 1596, ai Securo, ai Cicala nel 1613 ed ai Capece nel 1636 fino all'eversione della feudalità, nel XIX secolo (2 agosto 1806).
A Corsano, come in ogni altro paese del Regno di Napoli, il sistema feudale vessò con mille abusi le popolazioni soggette alle quali niente o poco restava per una vita civile e dignitosa. Il feudatario era padrone di persone e cose, il suo arbitrio era incontrastato, con il clero e qualche famiglia potente della borghesia determinava la politica del paese, funestato dall'ignoranza, dall'indigenza, dalle correnti carestie ed epidemie oltre che essere tormentato dalle scorrerie piratesche.
Corsano, nel Medioevo non contava più di un centinaio di abitanti, la maggior parte dedite all'agricoltura. Il casale ebbe sicuramente un'importanza minore rispetto alla vicina Alessano, capoluogo di contea e sede della cattedra vescovile.
Di questo periodo è rimasto ben poco, solo la cripta basiliana, alcune montete ma niente è rimasto del castello e di costruzioni fortificate erette da Fabiano Securo.

L'Età Moderna

Con la morte di Giovanni Antonio Orsini dl Balzo, il Principato di Taranto si frantuma in tanti possedimenti feudali alle dipendenze dalla casa d'Aragona, ormai insediata nel Regno di Napoli. Un secolo funesto, per il Salento fu il XV. Tra il 1466 e il 1468 imperversò una tremenda epidemia alla quale si aggiunsero nevicate ed altre calamità che causarono una carestia d enormi dimensioni. La provincia di Lecce subì il flagello dei Turchi che, nel 480, espugnarono Otranto. L'anno dopo la peste mieteva oltre 15.000 vittime nella provincia e nel 1484 i Veneziani portavano la guerra nel Salento per assicurarsi i capisaldi per il loro commercio.
Nel 1438 una decisione di Ferrante I d'Aragona incrinava notevolmente il sistema feudale perché promulgava una Magna Charta con la quale dava piena liberazione ai servi della gleba e stabiliva che l'investitura del feudo dovesse intendersi per giurisdizione e non per possesso.
Questo provvedimento creò subito il malcontento dei baroni, i quali nel 1485 congiurarono contro Ferrante I che a mala pena riuscì a domarli. La politica dell'aragonese mirava a liberare la corona dai condizionamenti feudali e perciò si appoggiò al popolo ed alla borghesia, affrancò molte città dai vincoli feudali dichiarandole "regie". Già nella Prammatica del 23 luglio 1466 aveva dato ad ognuno la libertà di commerciare i frutti della terra senza impedimento da parte dei prelati, conti e baroni che usavano imporre l'esclusività del loro acquisto ai prezzi da loro stabiliti.
Le vicende del tardo Quattrocento e dei primi anni del Cinquecento video il Salento al centro di tumulti e contese. Già appariva chiara la decadenza di tutto il meridione dove le campagne venivano abbandonate, la malaria infieriva e le guerre devastavano il territorio.
Nel 1539 Carlo V proclamò Lecce capoluogo delle Puglie con l'intento di munire il Salento di organi amministrativi e militari in grado di poter far fronte con tempestività agli attacchi che provenivano dal mare. Divenuto re di Napoli nel 1516, dispose che le coste della Provincia di Lecce fossero munite di torri fortificate e che l'entroterra possedesse un sistema difensivo costituito dalle masserie atte alla vedetta ed alla difesa, nonché di castelli e piazzeforti in grado di poter sostenere attacchi massicci. Il Salento si dotò di opere miliari all'avanguardia per quei tempi, veri gioielli dell'architettura realizzati con lo scopo di sostenere l'urto delle artiglierie.
Nel XVI secolo venne eretta la Torre Specchia Grande, eretta a levante di Corsano dagli austro-spagnoli per difendere la costa dalle incursioni islamiche.
Col dominio spagnolo il Salento non ebbe una storia propria, tutto ruotava intorno a Napoli dove il vicerè applicava, più o meno a sua discrezione, le direttive del sovrano. Carlo V limitò ancor di più gli arbitri feudali in favore del popolo le cui condizioni, però, peggioravano sia per la rapacità dei governatori e sia perché i nobili dell'estrema periferia del regno continuavano indisturbati a perpetrare i loro abusi.
Nel XVII secolo i baroni Capece edificavano a Corsano un castello la cui struttura, oggi, appare notevolmente rimaneggiata per le tante aggiunte e manomissioni che nel tempo sono state operate. Di modeste dimensioni, il castello non offre ala visitatore grande motivo di interesse se si eccettuano il giardino pensile e un agrumeto. La costruzione, poi, possiede alcuni bassorilievi di modesta fattura artistica e si trovano nelle sale centrali de piano superiore. Come in ogni vecchio maniero, anche per il castello di Corsano esiste una vecchia leggenda: si dice che i Capece vi fecero costruire un passaggio segreto, u travùcculu (il trabocchetto), cioè un percorso sotterraneo della cui esistenza doveva esserne a conoscenza solo il barone che, in caso di pericolo, avrebbe raggiunto rapidamente l'aperta campagna. Per garantire il segreto di questo passaggio, il barone fece uccidere il progettista e il costruttore dell'opera.
Il castello di Corsano fino agli anni Ottanta veniva utilizzato per il deposito del tabacco, oggi è in stato di abbandono e in attesa di un recupero. Possedeva una cappella dedicata a San Vito ma non vi è traccia tranne che nella memoria degli anziani.
I Capece furono particolarmente devoti a S. Domenico, si dice che, per grazia ricevuta, essendo scampato un loro familiare ad un pericoloso nubifragio, fecero costruire a Novaglie, una cappelletta dedicata al santo. Oggi la chiesetta non esiste più, tuttavia a memoria della devozione dei Capece e del tempietto, in alcuni passi dell'archivio parrocchiale di Corsano si legge: " ... messe piane celebrate nella cappella di S. Domenico in Novaglie per conto del barone Capece".
Eccetto il castello e qualche chiesetta, i feudatari di Corsano non fecero alcunché per il paese, almeno per tutto il XVII secolo. Costoro appartenevano alla nobiltà che dalla campagna traeva molte rendite, e i coloni del casale di Corsano conducevano una precaria esistenza poiché tutto, o quasi, veniva incamerato dal barone, il quale esercitava privilegi vecchi e nuovi, tra i quali le tasse sui beni immobili, sui lavori, sul pascolo, le decime che puntualmente pretendeva sulle varie fasi di produzione e di lavorazione dei prodotti agricoli, zootecnici e artigianali. Il popolo veniva vessato anche dal diritto di privativa secondo il quale era costretto a vendere al barone e ai prezzi che questo imponeva, doveva molire le olive nei frantoi del feudatario, non poteva esercitare determinate attività, delle quali il nobile se ne riservava l'esclusiva, e poi sulle fanciulle incombeva l'umiliante e barbarico jus primae noctis. In queste condizioni ogni progresso sociale veniva inibito, l'analfabetismo imperava, la miseria morale si aggiungeva a quella economica.

XVII secolo

Il 10 maggio 1734 si insediava sul trono di Napoli Carlo III di Borbone il quale si trovò a governare un regno stremato dal malgoverno spagnolo e per ventisei anni (1706-1732) dominato dall'Austria. La creazione di un regno autonomo nel Mezzogiorno, il di stacco sia pure formale dalla Spagna, destò non poche speranze in molti strati sociali i quali, in uno stato nazionale da loro diretto e ispirato, posero fiducia e impegno.
Il re, nel restaurare l'autorità dello Stato, tentò di demolire la forza della feudalità e di porre rimedio ai mali endemici del Regno. Carlo III dovette affrontare la riforma giudiziaria, la riforma dl sistema fiscale, per renderlo più equo ed efficiente.
Sopra una popolazione di circa tre milioni di anime, viveva nel regno piuttosto che un ceto privilegiato, una società a parte, di circa 75.000 persone, ricchissime e colme di privilegi. Il clero sia regolare che secolare possedeva considerevoli ricchezze in beni mobili e immobili, nessuno si preoccupava di migliorare le condizioni produttive e sociali, unico scopo di chi deteneva il potere era quello di spremere la gente con tasse, balzelli e decime, sicché ogni cosa e attività languivano.
Le case dei contadini in tutto il Sud Italia erano costituite generalmente da miserabili tuguri, per lo più coperti di legno o di paglia ed esposti a tutte le intemperie. L'interno era misero e squallido: un povero letto e uno spazio da dividere con gli animali della casa. Il salario medio di un lavoratore, verso la metà del XVIII secolo, era di circa 30 ducati l'anno, appena sufficienti per la minima sussistenza di una famigliola. La situazione era simile sia per i contadini che per gli artigiani sui quali gravava tutta l'imposizione fiscale, necessaria per mantenere l'apparato dello Stato e quanti non lavoravano, cioè il barone, il governatore, l'assessore, l'agente del feudo ... .
Al tempo di Carlo III la giustizia del regno napoletano veniva esercitata in maniera caotica ed arbitraria, per il particolarismo baronale, ed altrettanto caos esisteva nella pubblica finanza gestita da per lo più da ministri corrotti e da corrottissimi funzionari. L'imposta diretta principale era il "fuocatico" istituito in sostituzione di tutte le imposte precedenti e "collette" del 1442. Ma la numerazione dei "fuochi" o famiglie non era quasi mai fedele né aggiornata, poiché i censimenti venivano eseguiti a grandissimo intervallo di tempo e non ogni tre anni come prescritto. L'esazione del tributo era assurda, in quanto indiscriminatamente pretendeva la stessa somma per ogni famiglia senza tener conto delle condizioni di ognuna.
Il disordine era generale, le Università cercavano di evitare il "fuocatico" corrompendo gli agenti fiscali, altri, però, ne erano completamente assenti, come il clero che fruì di questo privilegio fino al 1741, allorché un Concordato non impose loro una tassa, sia pure lieve.
Al pagamento di un'imposta speciale, chiamata adoha (tassa in denaro corrisposta in luogo della prestazione del servizio militare) erano sottoposti tutti i beni feudali. A tutto ciò si aggiungeva la miriade di imposte indirette talmente alte da superare, a volte, il valore della merce.
Tutte le Università dipendevano dalla Camera della Sommaria e rappresentavano la base delle finanze dello Stato; la maggior parte di queste erano feudali (solo 59 su 1999 erano demaniali e obbedivano direttamente al potere regio) ed erano sottoposte ad un barone che aveva il dominio pressoché assoluto sul Comune, quest'ultimo aveva sempre una personalità giuridica, come una qualsiasi terra regia o demaniale, e possedeva anche un proprio patrimonio. Esso veniva amministrato dalla comunità dei vassalli, i quali, in "pubblico parlamento" eleggevano il "reggimento" o collegio esecutivo che durava in carica uno o più anni ed era composto da uno o più "sindaci" ed "eletti" i quali decidevano del sistema e della misura delle imposte.
Le imposte che le università sostenevano erano costituite principalmente dai tributi spettanti al barone, al "regio precettore", dalle spese "comunicative", la manutenzione delle strade, fontane, carceri, il salario del medico e del maestro di scuola, quando c'erano.
Il potere delle Università veniva esercitato dall'Assemblea generale che manifestava la propri volontà quasi sempre direttamente, talvolta tramite il collegio dei "decurioni" i quali convocavano annualmente il "pubblico parlamento" ed eleggevano il "sindaco" e cinque "eletti". Il sindaco ed uno degli eletti appartenevano sempre alla "nobiltà generosa", gli altri appartenevano al "ceto comune" o popolano.
Tuttavia, a Corsano come altrove, il sistema suesposto non era così "democratico" come potrebbe apparire. La vita del paese veniva influenzata dal barone e ad esso si aggiungeva il clero, le famiglie più in vista che perpetravano arbitri e violazioni delle leggi e delle usanze del tempo ai danni del popolo analfabeta.
Nemmeno quando furono emanate le leggi eversive della feudalità i baroni si rassegnarono a cedere il loro potere. A Corsano, le angherie feudali durano fino all'inizio del 900; le delibere comunali, sino al 900, portavano la firma del barone Capece con il quale si estinse il ramo della famiglia che per secoli aveva signoreggiato a Corsano.

XVIII secolo

Cappella di Santa Maura

Nel 1700 Corsano era un comune feudale in quanto i propri redditi andavano al barone anziché al re; contava 84 fuochi (circa 380 abitanti) che saliranno a 91 nel 1737 (circa 400 abitanti) e a 95 nel 1745 (circa 420 abitanti). Il comune aveva un solo "sindaco" due "eletti" e sei "deputati". Tra i deputati veniva eletto anche un rappresentante degli ecclesiastici, il "deputato ecclesiastico". Il sindaco con gli eletti e i deputati costituivano il "reggimento", il cui compito era quello di distribuire la terra agli abitanti, di gestire i debiti comuni, di riscuotere le imposte e di pagare i tributi al potere centrale ed al barone.
Nell'ottobre del 1741 Carlo III di Borbone ordinò la costituzione di un Catasto Generale (onciario) con lo scopo "che i pesi siano con eguaglianza ripartiti e che il povero non sia caricato più delle sue deboli forze, ed il ricco paghi secondo i suoi averi". L'intento regio era quello di raggiungere finalmente una giustizia fiscale ma mirava anche, e soprattutto, a garantire allo Stato una sicura rendita fiscale, nonché una centralità assai compromessa dal particolarismo feudale, dai privilegi ecclesiastici e da tante e tante disfunzioni.
Nel Catasto Onciario di Corsano esistente presso l'Archivio di Stato di Lecce, rileviamo qual era la situazione socio-economica in cui versava il paese, la cui economia era essenzialmente agricola ed intorno ad essa ruotavano alcune attività connesse come la molitura, i frantoi, l'artigianato di recipienti costruiti con canne o "vinchi" di olivo. La vicinanza del mare, in termini di prodotto ittico, non influiva agli effetti dell'economia corsanese. Nel Catasto Onciario, redatto nel 1745, al tempo del barone Carlo Capece, l'unico riferimento alla presenza del mare si ha nella collettiva generale tra gli introiti del Comune alla voce: "per la vendita dei sacchi per raccogliere letame e vettovaglie della marina... ducati 6".
L'economia agricola di Corsano, da sempre, è stata piuttosto grama per la mancanza di acqua di superficie, per l'inesistenza di pascoli e terreni foraggiferi. L'agro di Corsano è composto essenzialmente da suolo carsico su cui è steso un leggero strato di terra pietrosa e arsa che nei secoli il contadino ha dissodato con fatica.
L'agricoltura a Corsano, così come in tutto il Meridione, si conduceva con sistemi e mezzi antiquati, la rotazione delle colture si praticava come nel Medioevo, la terra si lavorava solo con la zappa, gli aratri erano rudimentali, fatti di legno e dunque inadatti a fare i lavori di scasso.
La precarietà dell'economia agricola di Corsano, poi, è stata determinata anche dal diffusissimo frazionamento della proprietà e della coltura, per cui nel suo territorio abbondano i feudi di limitata estensione, tipicamente recinti da muri a secco, e le proprietà piccole e piccolissime, mentre mancano del tutto le grandi proprietà necessarie per lo sviluppo in termini aziendali.
Dal Catasto Onciario del 1745 emerge che i bracciali (braccianti) possedevano il 21,7% della terra ma solo il 2,2% pro-capite. I nobili, invece, possedevano in percentuale rispetto ai bracciali una piccola parte di terreno ma raggiungevano mediamente i 2° Ha di proprietà. In riferimento alla proprietà fondiaria, agli ultimi gradini figurano gli artigiani i quali rappresentano, prima dei nullatenenti, la categoria più povera del comune. Braccianti e professionisti ambivano ad acquistare la terra, ciò conferiva loro un incontestato prestigio sociale. I borghesi ricchi e i professionisti, poi, si davano da fare per inserirsi nel governo del paese.
Nel 1745 le colture praticate a Corsano erano quelle tipiche dei terreni poveri di acqua: ficheto, peri, meli, oliveto, susini, il seminativo e, in misura minima, l'orto e il giardino, il territorio di Corsano era coltivato soprattutto a cerealicoltura e olivocoltura, poi, un buon margine, a viticoltura ed infine veniva il terreno sassoso e macchioso, incolto o di bassissimo reddito. Le distinzioni non solo riguardavano la qualità di terreno posseduto, la pratica delle colture in base a possesso di capitali o al numero della manodopera (le colture più redditizie proprio per questi motivi sono in mano agli ecclesiastici ed ai bracciali), ma anche l'imposizione fiscale (le terre dei laici appaiono gravate di più rispetto di quelle degli ecclesiastici) e la percentuale di terreno preso a censo (gli ecclesiastici possedevano la fetta maggiore di terreno dato a censo. Tuttavia bisogna rilevare che il barone offriva terreno a censo a condizioni più vantaggiose).
In quel periodo la proprietà privata occupava i 3/5 dell'intero territorio, essendo circa il 60 % la proprietà libera, soggetta alla sola tassa catastale, il 28,4% quella gravata dai canoni, censi, lasciti; il 13,2% la terra feudale.
A Corsano, come in tutto il Capo di Leuca, non c'è stato mai un allevamento di bestiame fiorente perché mancano terreni adibiti alla produzione del foraggio.

Torna a inizio pagina